Ricetta pasquale
11Aprile, 2009
Soundtrack: Inquieto/CSI
- Un chilo e mezzo di farina.
- Tre dadi di lievito sciolti in acqua calda.
- Sale e pepe QB.
- Trecento/trecentocinquanta grammi di sugna.
- Olio di gomito a richiesta.
Ho cominciato questo gioco consapevole di quello che cercavo.
Legare l’acqua e la farina non è facile, fai la fontana, la versi dentro dopo aver “squagliato” il lievito, e cominci a rimestare le dita dentro. Lentamente, arginando con cura l’acqua, creando dighe provvisorie, convincendola con la scioltezza delle mani a legarsi con questa stronza di una polvere bianca che svolazzerebbe dappertutto. Sfilacciosi fiocchi remissivi, scontornano quello che diventa pasta morbida e calda, hanno i minuti contati, si abbandonano alle mani imbrattate di sugna aggregandosi a questa enorme chiappa calda, malleabile ed elastica.
“non toccare” mi diceva “è per l’imbottitura” , mi guardava sottecchi per cogliermi in flagrante e concedermi quel piccolo reato rimproverandomi. Forse tra se e se sghignazzava a vedere un bambinetto goloso che lo guardava adorante mentre tagliuzzava regolarissimi pezzi di salame, pancetta, formaggi, con una precisione tale che un calibro gli avrebbe dato ragione.
La forza delle braccia deve sottomettere la pasta e lavorarla fino a che diventa una pallottola calda e “ribollente”. Sapevo che quella stessa forza , questi gesti, avrebbero liberato nell’aria particelle di odori e ricordi. Immagini tridimensionali in cui immergersi per farsi avvolgere e riscaldare.
È solo l’odore della sugna che s’insinua dappertutto, eppure mi pare uno star gate da cui mi prendo quello mi serve per questo periodo che è arido e senz’amore. Faticoso e insoddisfacente.
Mio padre era un uomo silenzioso, aveva poche parole. Quando mi aggiravo sconsolato in giro per casa, mi prendeva la testa tra le mani ruvide e mi diceva “checcè a babbo” e rasserenava le giovani rughe con carezze pacate, lente, delicatissime; senza aggiungere nient’altro. Tutto l’amore e le parole che avrebbe potuto dire le metteva generoso tra gli ingredienti della sua cucina casereccia, nel piatto preferito che arrivava al momento giusto, senza una esplicita richiesta. Era il suo modo di dire, di essere presente. Di guardarti. Di coccolarti.
Ora la mia casa è pregna di quell’odore, e io mi faccio coccolare dai ricordi e dal mio modo di sentirlo vicino e di ricaricare le batterie.
Buona pasqua.
L’uovo e la gallina:la scelta.
2Febbraio, 2009
Soundtrack: l’amore stupisce/Ascanio Celestini
Interno notte: discoteca.
La luce, lama colorata, seziona chiaroscuri di facce troppo teatrali, flasha a intermittenze regolari per scandagliare espressioni e sguardi, sorprende, appiattisce. Alla rinfusa pezzi umani si schiacciano su un unico piano, coesistono senza contraddizione come les Demoiselles d’Avignon: di faccia, di profilo, scomposte, orecchie labbra braccia gambe. Tutt’uno tutto insieme: un’orgia da macello che ritrova la sua continuità attraverso il movimento del mio corpo, dei miei occhi. Il mio corpo sudato è con loro, intero e spezzato dallo stesso visionario momento scenico. Non serve dirsi troppo, le parole, poche, si arrampicano su suoni elettronici e slogan ossessivi.
Una mano mi prende per la vita e mi tira a se:
- ciaocomestai? –
- benegrazie e tu? –
- bene. –
- ti ho visto gironzolare, sei a caccia? –
- no, cercavo un amico –
- vieni, mi fumo una sigaretta –
- … in realtà stavo cercando te –
- ….
L’ho guardato, incuriosito come fanno i cuccioli di cane quando non conoscono qualche cosa, inclinando la testa e osservando l’oggetto alieno, fissandolo muto. Ho sorriso e ho scelto.
In quel preciso momento mi sono reso conto che potevo credergli o no, avrei potuto stare li a capire che natura avesse il suo interesse e perché, oppure bruciare tutto con la fiamma ossidrica di una battuta salace. Ho scelto di non credergli, prima l’ho innalzato sul piedistallo del latin lover e poi ho infiammato quattro parole in fila per appiccare il fuoco della base e nutrire il mio narcisismo dei pezzi della carne che fondeva al fuoco.
Avrei potuto credergli e farmi colare addosso le parole come miele. Avrei potuto innamorare l’immagine del principe azzurro e scagliarlo in un avvenire lontanissimo, prenderlo per mano e “rincorrerci”, affannando, in un futuro senza dimensione e senza tempo.
Avrei potuto se fosse stato Lui, se fosse stato il momento, se il desiderio avesse dettato, se il bisogno e la mancanza avessero contribuito a scattare la fotografia di una scenetta familiare. Avrei potuto se fossi fatto ancora di creta umida, da impastare e modellare. Avrei potuto, ma ora mi piace camminare a passi lenti.
È che intorno a me innamorati scontenti continuano a tenersi la mano e proseguono a volere quella di chi hanno immaginato, pensando sia lo stesso palmo, pensando che un giorno, alla data X, si compirà il miracolo e Biancaneve si sveglierà con un bacio, e Cenerentola riceverà dal principe la scarpa gemella. Ma allora perché ho a che fare con Cenerentole che vogliono calzare mele e delle Biancaneve che hanno a che fare con scarpette troppo strette?
Queste eroine continuano a raccontarmi lucidissime analisi dei fatti per poi disinnescarli e partire con la filippica del vorrei che fosse, del sarebbe bello che, del credo che lui/lei pensi che.
Per quale motivo si nega volontariamente ciò che è reale?
Di quale natura è fatto l’amore per ottundere definitivamente la capacità d’osservazione della persona “amata”?
Per quanta lucida capacità d’osservazione si ha, come si fa a ridimensionare ciò che fin dapprincipio contribuisce ad innescare il fuoco dell’ammore?
Chi si ama prima, l’immagine o l’uomo?
Chi nasce prima, insomma, l’uovo o la gallina?
Muto
31Gennaio, 2009
Soundtrack:tutto a posto/Nada
Muto, in questi giorni sono muto. Muto senza un linguaggio alternativo che mi possa far tradurre in segni quello che andrebbe bestemmiato, urlato, sbraitato. Un mutismo feroce che suggerisce solo calci e pugni, gli unici segni che contemplo. Gli unici che potrebbero dire la rabbia, il dolore, la mancanza, e tutte le novità di questo 2009. Voglio un anno bisesto è più ragionevole!
Sto a mascelle serrate, rigido: cerco di raggomitolare la lunga scia di pensieri che si srotola disordinata, quando un altro fatto mi fa perdere la matassa, il capo, la coda. Persi. Perso.
E ricomincio da capo digrignando tra i denti la delusione, la mastico per digerirla, ma è un boccone troppo disgustoso per inghiottirlo.
È come una di quelle spezie che mettono nel riso in Thailandia, credo che si chiami Danìa, è una specie di scoppio, ti afferra la gola, nel frattempo che stai assaporando il tuo riso con le verdurine. Un aggressione: si appropria rapidamente della lingua, poi la gola insieme al naso e, come un’esplosione a catena, punta dritta allo stomaco, lo inonda, fa inversione e risale contemporaneamente, nuovamente, bruciando tutto il sapore che si potrebbe provare. Una tragedia; rimani disgustato colla fronte aggrottata per i successivi venti minuti incapace di fidarti nuovamente per quello che la fame reclama. Per quello che ti spetta di diritto.
Di cose ne sono accadute diverse, la sfera personale, il lavoro, i programmi, i progetti per il futuro, ma raccontarle sarebbe un necrologio inutile, sterile, paradossalmente incomprensibile.
E allora resto muto, immobile, guardingo, aspettando che il portone si apra dopo la chiusura di una porta.
Il fatto è che mi sento solo, senza un abbraccio in cui abbandonarmi, in cui sentirmi protetto. Rassicurato da quell’incavo del petto che è a forma della tua testa, che ti rasserena, ricarica e ti fa ripartire da capo. Non c’è più, è morto. Sono un ramo senza albero, cerco di mettere radici ma non prendono, sarrà che non le annaffio abbastanza!
Muto, perché le parole non sono scialli da mettere sulle spalle, non riscaldano, né le mie, né le tue.
Pelle
10Dicembre, 2008
È sulla pelle che è successo. È sulla pelle che deve succedere. Come avvertire il caldo o il freddo. Un bruciore improvviso, una punta di spillo; ma anche il lampo dell’imbarazzo ché arriva da dentro ma che fuori sta: sulle guance, nella fronte aggrottata, sulle labbra ripiegate tra denti.
È sulla pelle che voglio che stia, perché idrata, riequilibra il PH, perché è la che stanno i primi segni di contatto, li che rimangono i lividi dopo una colluttazione.
Chiedersi cos’è, dove sta, che forma ha, è forse una perdita di tempo? viverlo e consumarlo avidamente, una forma di debolezza narcisistica? e questa famelica voracità, da dove viene, che dice, cosa racconta?
Vero è che il mio corpo è cambiato, segue, elastico, le curve pericolosissime, le spirali del desiderio riconoscendosi sempre, ritrovandosi ogni volta. E la mia pelle risplende rinnovata come la muta di un rettile.
Vorrei che le costole fossero armonici di un battito roboante.
Forse sulla pelle cola il tempo e il desiderio, e risuona, il petto.
Forse.
Passato prossimo
30Novembre, 2008
Soundtrack: Pretty little thing/Fink
Eppure in genere cerco di essere chiaro, preciso, meticoloso nella descrizione, nell’incasellare cronologicamente i fatti nel tempo; e invece questo blog è miserandamente diventato un blob: fatti/sensazioni senza capo e senza coda.
È che sono stanco assje.
Collaboro con uno studio 5 ore al giorno. Io, da ultima ruota del carro, partecipo ai disegni esecutivi di un progetto che, per contestazioni, ha il primato italiano; ma non ne posso tanto parlare potrei finire in gabbia per spionaggio! ARG
Appena rintoccano le 14, cavalco la mia vespa per raggiungere i miei operai in cantiere per seminare un po’ di terrore facendo finta di coccolarli.
Torno a casa, mangio e poi di nuovo al computer a progettare i miei deliri architettonici.
4 sere a settimana in piscina, 3 in palestra ché quest’anno m’è venuta la smania della preparazione atletica e, da buon finocchio, dei muscoletti.
La casa da curare, le camice da stirare, le lavatrici da caricare, il bucato da stendere, la verdura da pulire, le relazioni da mantenere, la pelle da idratare … TILT
È che ad un certo punto volevo pure vivere come se stessi sempre in vacanza, surfare su quest’onda di libertà/leggerezza/spensieratezza che sento fortissima e allora ho preso un aereo e sono partito per Milano.
Poalino una settimana prima, in gita a Napoli, mi aveva invitato alla sua festa, e io vincendo le mie resistenze economiche (conserva i soldi che arrivano tempi duri) ho digitato Napoli-Milano su google e mi sono preso l’offerta migliore!
Ho preso l’aereo non prima di aver assolto al mio compito da bravo alteta (il sabato è piscina e palestra insieme) e mi sono sentito troppo figo nel dire: “vado ad una festa a Milano” a chi me lo chiedeva. Che chic!
La variegata umanità milanese mi conquista, trovare persone che fanno cose, lavorano, hanno impegni, ruoli e luoghi propri, mi meraviglia rispetto al panorama napoletano che è tutto un vedremo, un farò da grande, anche quando grandi lo si è già da tempo. Ma questa è un’altra storia.
Il motivo per cui Milano, ora, è più desiderabile lo conoscete già. Li in una cucina in via Borgonuovo ho conosciuto il mio discografico preferito, che mi è stato sulla pelle fin dapprincipio e poi ci è ripassato non troppo metaforicamente due settimane dopo mio ospite a Napoli.
Fidanzato? No, non direi. Ma mi piace che il desiderio stabilisca modi e luoghi e tempi. Il resto si vedrà.
Eppure di cose da dire ne ho, un post su mio padre che il dolore riesce sempre a rimandare con cura, uno sul mio ex marito che è già scritto ma ha qualche reticenza a volersi mostrare. Uno su Babbo Natale, sul mio modo di passeggiare. E progetti e futuro. No, io, di Luxuria non parlo, me ne disinteresso, non ho la televisione!
Baci XXX.
Futuro anteriore
14Novembre, 2008
Soundtrack: il bacio sulla bocca/Ivano Fossati
… deve essere stato quando sei venuto in cucina e ci siamo presentati. Quando mi hai riconosciuto incasellandomi in chissà quale racconto e mi hai detto “… ma complimenti…” . Avrò fatto esattamente quella smorfia di imbarazzo che mi hai raccontato in un messaggio, me la riconosco. Ma ancora mi intimidisco, distogliendo lo sguardo e dando ragione a quel brutto anatroccolo infossato in qualche profondo dove del mio petto.
Deve essere stato in quel momento che ci siamo agganciati, prima che cominciasse la festa. Prima che ci fosse l’esposizione mondiale del maschio da monta. Prima che potessimo scegliere e testare, e tastare e accogliere corteggiamenti e sguardi eloquenti.
Prima di tutto ci siamo guardati.
Quello che è successo dopo mi sfugge, io gironzolavo curioso, tu ti destreggiavi nel traffico di vassoi e chiacchiere, quando abbiamo cominciato a stare vicini e salterellare, ballare e rincorrerci come fanno i ragazzini la notte di natale prima di sfiocchettare i regali; ché è venuto all’improvviso, quel bacio, ché è stato frizzante e dissentante quanto la coca-cola. Ché non disseta e ne vuoi ancora e ancora.
Sono l’ospite del padrone di casa, corteggiato e vezzeggiato. Con lui ho passato lunghi pomeriggi a farmi carezzare da chiacchiere amabili ed eleganti, esattamente com’è il suo modo di stare al mondo; ma in questo girotondo da ragazzini me lo dimentico, e ci sei tu.
Ci sei tu anche all’alba di due giorni dopo, sotto al palazzo, dopo un messaggio furtivo, ad accompagnarmi all’aeroporto dove abbiamo provato a dissetarci nel parcheggio: “ vieni a Napoli, vieni da me”… “ si vengo, solo tra due finesettimana” . … solo …
Proviamo a raggiungerci con tutti i mezzi dell’etere a nostra disposizione, messaggi/telefono/chat/faccialibro. Mi ritrovo ‘nzallanuto (stato confusionale) e scoordinato. Non riesco a fare 3 cose di seguito senza non fermarmi imbambolato a guardare nel vuoto, a pensare, a chiedermi. Cos’è tutto questo? Cos’è questo desiderio di vicinanza? Questa frenetica ricerca?
“Io sono uno senza tattiche” te l’ho detto sulla terrazza tra un bacio e l’altro, nell’ubriachezza che dilava le reticenze e amplifica le risonanze delle parole.
… e voglio starti sotto la pelle, riconoscere le pieghe della tua fronte, voglio rincorrerti e acchiapparti, stringerti fino a farti entrare nel petto. Voglio bere e mangiarti, a colazione a pranzo e a cena. Voglio il tuo corpo sulla mia tavola, nel mio letto, nelle pieghe spesse delle mie malinconie, voglio trovarti sorridente ad aspettarmi, e rasserenare le inquietudini che mi raggrinziscono la fronte. Questo te lo dico ora dove non lo leggerai, stampato dove è il posto del desiderabile desiderio, dove il prodotto è ancora progetto. Lo dico sapendo che è un’illusione come sempre è l’ammore, un’ illusione fragile, leggera, con le ali; e si rompe e vola via in un istante.
E allora laceriamoci la carne prima che sia troppo tardi, dissetiamoci e sfamiamoci, voliamoci addosso e consumiamo quest’illusione prima di essere logori, prima che ci lasci cadaveri senza desiderio. E avremo scalato, combattuto, vinto questo inganno che ci stringe in una morsa paurosa de se, del vedremo. …
creep
28Ottobre, 2008
Soundtrack: creep/radiohaed
Giorno denso, oggi, fatta di chiarimenti, appiccichi, conflitti, vendette, pause, rivalutazioni, attese.
Ne sono uscito un po’ ammaccato e con qualche appellativo di troppo …
il mio EX amante avrebbe intravisto qualche pianeta in trigono con costellazioni che intralciano satelliti che scavalcano asteroidi sputando in faccia alle stelle cadenti, che poi sono cumuli di munnezza, si sa!
… che poi m’è piovuta addosso, senza manco il buon gusto di fare la differenziata!
Salute.