L’alternativa
22Marzo, 2008
Soundtrack:Everybody hurts/Rem
Andare ad un appuntamento di lavoro con un segno cheyenne di barba sulla guancia, avendola fatta a memoria ed accorgersi che la memoria, alle volte, fa cilecca.
Promettere una regalino alla tua nipotina, e dimenticarsene, e vedere la sua faccia che ti viene incontro abbracciandoti. E sentire un dolore sottile che ti scava la ruga sulla fronte.
Capire che il tempo passa, velocemente, e che le cose non ritornano, e che l’amore, la cura, le coccole come i nomignoli non rendono + pago il progetto.
Inciampare in una foto di una nuca familiare, e chiuderla immediatamente perché il dolore avvampa improvviso.
Cercare il mantello, la tuta, lo stemma sul petto, i superpoteri tra le mani e sapere che non ci sono, per rimanere atterra senza ali…
E trovare l’alternativa, quella che non c’era nel delirio dei se.
L’alternativa è vivere. Vivere comunque, vivere nonostante, in ogni modo; senza, vivere con.
Vivere frattanto di lato, al centro e attraverso. Sopravvivere, sebbene… vivere lentamente, singhiozzando, vivere nel frattempo.
Vivere intanto che si è nudi e senza pelle, con le braci di questo inferno che bruciano il culo e i palmi delle mani.
Vivere sbraitando, vivere durante.
Vivere malgrado; per quanto, benché… vivere.
A martedì.
Vent’anni
16Marzo, 2008
Soundtrack: Black/Pearl Jam
ad elide
Era una cesta, il mio cuore di ventenne: traboccante. Paura e curiosità, e voglia; quanta voglia e desiderio; e nostalgia e freni, e paure e slanci, e salti senza rete, e braccia da cercare, braccia da abbracciare e corpi, trafugati e scordarti. Seducevo colla spavalderia dell’invincibile, asserragliavo vorace banchettando uomini crudi, scarnificavo. Ero cannibale.
Innamorato, sempre, e non di me, mai. Mi confondeva il camaleontico, il trasformismo coatto del mio corpo da mutante; infido, infiammavo per le linee sottili e rigidissime di certe sembianze, cercavo somiglianze: somigliavo.
Ero magro e grasso, brutto e bello; ero astronauta: mi potevo permettere tutte le stelle, scintillavano a milioni sulla mia pelle sconosciuta. Sorvolando alto, altissimo, sopra al mondo, governavo magnifico; da sopra, da sotto, di lato, difficilmente al centro, difficilmente dal centro col cuore in tumulto.
E il tempo senza orologio mi scagliava in un altro tempo di strutture precise, partizioni perfette, proiezioni meticolose di un avveniristico avvenire: divenire! Correre forteforte, diventare! precipitavo precipitoso, frenavo nel vuoto, morivo.
E il dolore potente, ottuso, trasbordava scavando improvviso, ed ero magro magrissimo, superbo e onnipotente, mi aggiravo, curiosavo, indagavo, volevo fortissimamente.
E poi cominciavo a scintillare. Ricominciavo.
…
Succede che questo passato non troppo remoto diventi a tratti futuro in una illusione che colora gli album scoloriti. Intuire che ora, qui, adesso, hanno forma e dimensione; e tempo, spazio e colore; ma fermarsi ancora per un po’, daltonici, a far finta di non riconoscersi.