Game Boy

4Luglio, 2008

Soundtrack: Cibo estremo/Cristina Donà

 

È notte, non troppo buia.

È notte afosa. Il ventilatore cinese gira supersonica l’aria calda, e la citronella ne profuma le spirali e l’illumina.

È notte, ma non ancora notte per accucciarsi, sono con te a giocare la fantasia.

Io qui, tu là. Sconosciuti.

I livelli del gioco si susseguono veloci. Senza sosta. Una schermata dopo l’altra ci porta dove potremmo essere nudi e madidi.

- hai cam –

- NO, ma tu si – dico rischiando un livello di un gioco autocratico.

Sei console perfettissima e io mi scopro agile giocatore.

Muovo le parole liberate dal desiderio e tu esegui generoso, senza esitazione. Senza pause.

Volendo più istruzioni, desiderando, accogliendo.

Ti scopri partigiano e spegni.

Ma io istruisco le mosse del tuo piacere senza sosta, fino al termine.

Ho le prove di te stropicciato nell’ultima richiesta da dispotico giocatore.

Game over.

 

Ti incontro il giorno dopo, sono il blogger, un ritratto vago da gaydar. Sono solo parole e grigi chiaroscurati.

Tu sei bellissimo, sembri attore anni ’50 con un’aria sicura e spaurita insieme.

Nessuna delusione.

Dopo le parole ricominciamo a giocarci.

 

 

Still now

1Luglio, 2008

Soundtrack: e’ guagliune d’o’ sole/almamegretta

 

C***** H******** è a Napoli per un progetto fotografico sulla città e sui cittadini.

Ho passato 4 ore in sua compagnia stamattina a farmi intervistare, fotografare.

Sono diventato oggetto d’arte:  le mie quotazioni salgono!

…E chi mi ferma +!

 

:D :D :D

 

 

 

Acquario: la gara

1Luglio, 2008

Soundtrack: O Sonho/Madredeus

 

AA-PPOSTOOO …

VIA

 

Mi stacco dal blocco di partenza e lascio tutto lì a terra, ansie da prestazione variegate ad aspettative surgelate negli occhi degli altri.

 

È una palla di cannone, un’esplosione nel petto. Liberazione, gioia, divertimento. Un tuttuno  propulsivo che spinge, frulla, fende, avanza. Braccia, gambe, piedi, testa, cuore, dita, mani, pelle.

Scivolo solido pensandomi liquido.

 

Un respiro doloroso a palpitare nel petto, nutre, vivifica la voglia di vincere. Né fa materia duttile, corpo agile.

 

Sono affannosi minuti, acquosi, alienanti, tocco la piastra, è fatta.

 

 

Quinto.

 

 

Soundtrack: O Sonho/Madredeus

 

La sensazione è sempre la stessa, mi ritrovo a bordo vasca a studiare quello che sarà il mio campo di battaglia e mi pare sconfinato, i margini sembrano perdersi a vista d’occhio. Come se i contorni si allungassero sempre un po’, il confine si sposta come in un sogno allucinatorio.

Non riconosco la distanza solita.

Ripeto lo stesso rito gestendo l’ansia. Mi sistemo i capelli strizzandoli in un piccolissimo chignon. Metto la cuffia. Sistemo con cura l’elastico degli occhialini passandoci gli indici sopra, verificando che non ci siano pieghe. Faccio aderire a ventosa gli “svedesi”. Salgo sul blocco, tiro un sospiro, una spinta di reni e sono in acqua.

Mi sento piccolissimo, un’acciughina: il mio corpo sospeso in una profondità precisa ma insolita, è la piscina dei tuffi. A pelo d’acqua attraverso un blu intenso, artificiale, cristallino. Mi allungo scavalcando la lunghezza del mio corpo , bracciata dopo bracciata ritrovo il mio elemento. Ne testo la pesantezza, la temperatura, l’aria circostante. Prendo boccate d’aria e lo riconosco. E allora comincio a giocarla sotto di me e a divertirmi. Le mie braccia sono pale meccaniche, i piedi si allungano e  frullano, il mio corpo diventa filiforme si innesta tra le sue pieghe.

Sono a casa.

 

di notte

23Giugno, 2008

senza Soundtrack:

Non era questo il post che volevo scrivere, ma orami mi sono abituato a far scorrere le parole secondo la direzione che vogliono prendere. Decidono loro.

Ne parlavo con Penelope ieri notte, mentre Loredana Bertè blaterava le sue canzoni. Certo ho utilizzato una metafora meno poetica con lei, ma il senso è lo stesso: questo blog si sostiene per l’urgenza intima di ridurre in parole i movimenti dei pensieri, delle emozioni, del corpo.

È così anche stanotte, mentre sto sulla mia cuccia soppalcata, solo con il mio DELL nuovo di zecca.

È cominciato come un  gioco tra me e FAG, lui sarebbe andato con i suoi amici a ballare ed io lo avrei raggiunto facendo ingelosire qualche suo ex di cui sentiva il peso e la lontananza. “Metto la mia strepitosa camicia rossa di seta, sono abbronzato e strafigo” gli ho detto. Lui ha riso, inserendo l’omino che si sganascia battendo i pugni a terra, tra le righe di una conversazione leggera su MSN. Ed io ho fatto lo stesso perché mi piace vedere quell’omino in coppia, e ancor di + mi piace prendermi poco sul serio, recitando il ruolo del narciso incallito.

Il cielo era di vernice ieri notte, blu intenso, c’erano pure le stelle luccicanti, milioni…, e se pure non fosse stato così ne ho viste di bellissime e ancor più luccicanti.

 

Penelope, che muove le parole tra le curve rocciose della sua voce, con forza e decisione. Lei  è luce rarissima, preziosa. Le guardavo il profilo elegante, mentre ripeteva la sua età come se fosse una condanna, mentre mi chiedeva di me e ascoltava e mi restituiva quello che lei è adesso. Ed è stato denso e profondo come vernice liquida.

 

FAG, che mi ha cercato per tutta la sera (ha detto il “ballerino” Bagley) e che quando mi ha visto ha accennato un timido sorriso, brevi frasi criptate di cui ancora non conosco il codice, ma che mi pare di intuire dai suoi occhi stellati, malinconici. Ho ballato con lui tutta la sera, in un preciso gioco di vicinanze, ma il suo corpo legnoso è respingente agli attacchi, la fierezza lo rende inaccessibile. Stella lontanissima e scintillante.

 

Il sorriso premuroso di Bagley, e gli occhi intelligenti e attenti. Luna sconosciuta, rara.

 

E il corpo nervoso di V* da cui mi sono preso baci e lusinghe.

 

Una Cometa è necessaria per ogni rinascita.

 

Domani parto, vado a Palermo, mi aspettano i nazionali di nuoto master. Una settimana di vacanza … Notte.

 

 

 

Capelli

16Giugno, 2008

Soundtrack: Capelli/Niccolò Fabi

 

Era + di un po’ che non scrivevo. Penelope mi ha rimproverato un giorno si e l’altro  pure, perché non aveva notizie, a Colez sono mancato , Depp invece s’è incazzata e nel frattempo mi sono dedicato a me : come sto?

Boh!

Mi organizzo. Traccio i confini del mio corpo. Disegno nell’aere coreografie timide che mi restituiscono uno spazio vivibile. Affondo nelle malinconie. Caccio dalla scatola alla rinfusa i desideri. Ascolto.

Vivo nuovamente.

I miei capelli rimangono gli stessi, lunghi, oramai lunghissimi, riccioluti. Impossibili da gestire, da governare, da contenere. È un’esca difficile da trascurare, per chi vorrebbe affondarci le mani e acchiapparmi e per chi invece rifiuta, infastidito, questo totem di vanità.

È l’unica cosa che non è cambiata in questi anni. Il resto s’è trasformato avanzando incessantemente per i viottoli laterali e sorprendendomi sulla strada principale. Non ho potuto fare altro che prenderne atto. Ora so chi sono! ??  ma cosa sono se quello che sono e che sarò è mutevole, volubile. La muta del corpo è il segno incontrovertibile di quello che dentro sta e fuoriesce manifesto. Gli impulsi precisi scavano, cesellano, modificano prospettive, cambiano i colori dell’arcobaleno e le rotte degli aeroplani. Continuamente, convulsamente.

Dico oggi quello che non sarò domani. Stare fermo a tracciare una mappa di confini labili, inesistenti è opera scadente, insignificante.

Mi sono fermato + di un po’ a capire, ora capisco di non voler capire necessariamente tutto, ma poco a poco tutti i giorni, per quello che rimane e per quello che se ne và.

Voglio vivere perdutamente, incontro alla morte, a petto gonfio e spalle dritte.

Au revoir.

Alfonso.

 

 

Oi dialogoi

4Giugno, 2008

Soundtrack: C’è tutto un mondo intorno/ A. Ruggiero

 

Il primo passo è dirlo. Dire che non sei + in coppia. Dire chi ha lasciato. Dire il perché e il percome.

-          ciao, come stai?

-          Bene!

-          ?

-         

Di fatto la domanda e la risposta stanno insieme come il caffè e la sigaretta, e guai a separare il binomio, guai a pronunciare “beh veramente”  l’interlocutore si turba, gli si irrigidiscono le labbra, gli occhi stretti a taglio cesareo, le pupille volatili a guardare dappertutto tranne che nella tua direzione, le frasette contrite e poi i silenzi vuoti di qualsivoglia partecipazione. Gli amici già l’hanno intuito, hanno ascoltato qualche sporadica lamentazio, hanno vissuto il disagio di scenette da matrimonio modello Carlo e Alice, ma no, non se lo aspettano.

E io perciò, non l’ho detto, l’ho comunicato: rapido ed essenziale. Non ho fatto facce di conseguenza, non ho atteso consolazione; eppure mi hanno stupito, sono riusciti ad insinuarsi laddove l’inaspettato regna incontrastato: il cinema!

Belli, colti, eleganti, architetti. Vivono in una splendida casa, lavorano insieme, aperti e assolutamente insospettabili. Li trovi uguali in un film di Altman come contorno ad un’umanità variegata. Splendido invitarli a cena! Perché quindi separarsi? Perché crederci?

 

Conversazione 1 D**&me

 

-          ciao, come va?

-          Insomma … ho lasciato R**

-          Mi spiace. Ma non riesco a pensarlo, i cambiamenti così radicali mi destabilizzano, ne ho paura… e mò dove vai a vivere?

-          Ho sentito L**  c’è una stanza libera …

-          In quel cesso di casa? Io no vengo a trovarti!

 

Conversazione 2 io&F**

 

-          ciao

-          hey, ciao da quanto tempo… come state?

-          Beh, io  ed R** abbiamo rotto

-          noooO, non lo voglio proprio sentire. Nun’ fa o’ strunz’. Da quanto va avanti sta cazzata?

-          Sono due settimane, ma in effetti…

-          Vabbè, vabbè, stattene un’altra settimana da solo e poi torna a casa!

-         

 

Conversazione 3 R**&me

 

-          holà

-          ciao, come stai

-          bene, la casa … le cose…. Bla bla … e tu? e R**?

-          ci siamo lasciati.

-          Ah… vabbè non ne vuoi parlare … attacco… clic!

 

Monologo 1: quella meraviglia di mia madre

 

-          e adesso? Le bollette sul conto, il divano, le cose che avevate insieme … avete comprato pure la lavastoviglie … e tutti quegli amici che tenevi? Non  li hai più: sei solo, come fai?

-          … zot!

 

Osservazione: un semplice “come stai” ascoltando la risposta, non si usa più?

 

._ ._. _._. _ _ _

2Giugno, 2008

Soundtrack:What if/ Coldplay 

 

Non avete partecipato in massa. Me lo aspettavo.

Non avete scavato nel profondo per capire quale immagine evochi il cerchio, era banale. Forse noioso.

L’espressione in questione è: chiudere il cerchio.

In realtà tutto nasce da una stonatura, o almeno quella che io ritengo tale. Generalmente lo dice chi pensa che dopo questa apparizione provvida, tutto cambi, potendosi finalmente donare ad una esistenza limpida e consapevole. Come a dichiarare apertamente che un ciclo si è concluso. Come a mettere insieme i tasselli della propria esistenza (per lo più una manciata di anni) e giustapporli per verificare connessioni e generare cambiamenti.

Ammè i cerchi non si sono mai chiusi!

Eppure ho cercato di chiuderli, mi parevo Giotto, ma mi sono venute sempre delle forme bozzute, insopportabili. Sarrà che non ho letto Proust, la recherche, intendo, (come dicono quelli colti), per cui non ho il senso del tempo come circolarità. Sarrà che il cerchio come curva mi pare banale nella sua perfezione, per cui ha per me scarso interesse.

Penso però che, se proprio devo trovare una metafora, tutto ciò che faccio assomigli di + a segnali morse, in quanto dicono meglio chi sono e dove vado. Sarrà che so stitico ed ho sempre cagato segni e lineette e virgole che procedono progressivamente, almeno a me pare. Una specie di alfabeto personalissimo, che giustamente interpretato, possa spiegare bene e con chiarezza; senza avere la presunzione di una congiunzione finale, se non alla fine dei tempi.

Il tempo dei tempi intendo.

Ma tu, invece, pensi veramente che la tua vita assomigli a miliardi di porzioni circoscritte? Veramente il senso della tua vita è rappresentato da compartimenti stagni conclusi? E da quanti cerchi è fatta una vita? Ma poi si possono incastrare uno dentro l’altro come la matrioska? O rimangono a sorvolare il testone spettinato di ognuno come un’emicrania?

 

-          sai ho un cerchio alla testa, mi si è appena concluso un ciclo vitale - 

 

La geometria in effetti è chiara: Il cerchio è quella porzione di piano delimitata da una circonferenza, ovvero l’insieme dei punti che distano dal centro C della stessa non + del raggio r. Ora facendomi soggiogare dalla metafora: la porzione di piano è la vita mia;  il centro C sono IO, e quindi quello stronzissimo raggio R non sono altro che le mie braccine focomeliche che raccattano dentro, la mia porzione di piano, tutto ciò che ritengo vitale. Il cerchio è il giro di giostra! E poi puff si è morti.

 

Ho traslocato nella mia prima casa, quella in cui mi capitò di andare quando alla fine dell’università decisi di investire il mio misero stipendio in un affitto condiviso con altri quattro. Una sorta di “appartamento spagnolo”  incasinato e scalcinato come soltanto a Napoli, però, può esistere. Una casa studenti, senza studenti e senza tempo; come quando studenti lo si è, e l’onnipotenza dei vent’anni riduce il futuro ad una immateriale esperienza immaginifica, come lanciare un sassolino nell’acqua e guardare affascinato le perfette increspature dell’acqua propagarsi.

Ho traslocato, con 1/5 del mio inventario, nella stessa casa dove ho nutrito e coccolato quella illusione meravigliosa per chi ora sono di nuovo qui, ma non s’è chiuso nessun cerchio!

 

Ho lasciato il mio compagno due settimane fa.

Ero terra arida, calcinosa e infertile. Impermeabile e immobile. Respingente, cementata.

Avvilito e stanco: s’è spenta l’illusione.

 

Non sto facendo mea culpa, le colpe di questa fine le conosco e le divederò in porzioni monodose quando e dove sarà il tempo e il luogo opportuno, racconto solo l’immagine emotiva ultima, l’istantanea scattata poco prima di chiudere la porta e andare.

 

Ora sono solo, con il fianco scoperto. Rigiro nel mondo e mi sento spaesato, ma questo è un altro post. Forse.

 

Osservazione

23Maggio, 2008

Soundtrack: zitti/che aiuta la concentrazione

 

 

Domani parto, vado  a Bologna, no, non voglio anticiparmi per prendere i posti migliori al gay pride: sarò impomatato a sopralluogare. Vi lascio però con una specie di quiz. È un po’ di tempo che, per tutt’altri motivi,  mi viene propinata questa definizione geometrica e allora voglio riflettere con voi.

Da Wikipedia:

Nella geometria piana, il cerchio è quella porzione di piano delimitata da una circonferenza, ovvero l’insieme dei punti che distano dal centro C della stessa non più del raggio r; per cui in sistema di assi cartesiani un generico cerchio, di centro (a;b) e raggio R è rappresentato dall’insieme di punti che soddisfano la seguente condizione:

                                 D = [(x,y)єR2 : (x - a) 2 + (y + b) 2 ≤ R2 ]

 

 

Non deludetemi, partecipate, scavate nel profondo.

La rivincita! :-)

19Maggio, 2008

Soundtrack: I will survive/ Cake

 

 

Qualcuno, ricorderà che, qualche tempo fa, andai a Bologna.

 

 

Qualcun altro ancora, ricorderà che ci andai per lavoro e che elegantemente impomatato mi districai per tutto il giorno tra cene/pranzi/caffe/ecc.

 

 

Ma i più non sanno che “l’affare” ( mi piace dire così mi fa sentire manager newyorkese ) è andato in porto! Ovvero dovrò fare il restyling di un albergo. (diciamolo piano che sono scaramantico).

 

 

Ora fin qui nulla di interessante, parcella a parte!

 

 

Ma i più ricorderanno, e se non ricordano: MOLTO MALE, che me ne andai da Bologna mesto mesto in quanto nessun “cadeau”  mi portai da quella sconsolata città!

 

 

Beh stasera, ho saputo che Bologna è la città del Gay Pride! Ma che, bada ben, il mega party è organizzato a due (dico due) passi dal “posto di lavoro” ! (mi piace dire così, mi fa sentire operaio).

 

 

È il caso di dire “ farò casa e puteca*”. (*bottega)

 

 

Chiamerò pure AL & Tung