Acquario: la gara

1Luglio, 2008

Soundtrack: O Sonho/Madredeus

 

AA-PPOSTOOO …

VIA

 

Mi stacco dal blocco di partenza e lascio tutto lì a terra, ansie da prestazione variegate ad aspettative surgelate negli occhi degli altri.

 

È una palla di cannone, un’esplosione nel petto. Liberazione, gioia, divertimento. Un tuttuno  propulsivo che spinge, frulla, fende, avanza. Braccia, gambe, piedi, testa, cuore, dita, mani, pelle.

Scivolo solido pensandomi liquido.

 

Un respiro doloroso a palpitare nel petto, nutre, vivifica la voglia di vincere. Né fa materia duttile, corpo agile.

 

Sono affannosi minuti, acquosi, alienanti, tocco la piastra, è fatta.

 

 

Quinto.

 

 

Soundtrack: O Sonho/Madredeus

 

La sensazione è sempre la stessa, mi ritrovo a bordo vasca a studiare quello che sarà il mio campo di battaglia e mi pare sconfinato, i margini sembrano perdersi a vista d’occhio. Come se i contorni si allungassero sempre un po’, il confine si sposta come in un sogno allucinatorio.

Non riconosco la distanza solita.

Ripeto lo stesso rito gestendo l’ansia. Mi sistemo i capelli strizzandoli in un piccolissimo chignon. Metto la cuffia. Sistemo con cura l’elastico degli occhialini passandoci gli indici sopra, verificando che non ci siano pieghe. Faccio aderire a ventosa gli “svedesi”. Salgo sul blocco, tiro un sospiro, una spinta di reni e sono in acqua.

Mi sento piccolissimo, un’acciughina: il mio corpo sospeso in una profondità precisa ma insolita, è la piscina dei tuffi. A pelo d’acqua attraverso un blu intenso, artificiale, cristallino. Mi allungo scavalcando la lunghezza del mio corpo , bracciata dopo bracciata ritrovo il mio elemento. Ne testo la pesantezza, la temperatura, l’aria circostante. Prendo boccate d’aria e lo riconosco. E allora comincio a giocarla sotto di me e a divertirmi. Le mie braccia sono pale meccaniche, i piedi si allungano e  frullano, il mio corpo diventa filiforme si innesta tra le sue pieghe.

Sono a casa.