Acquario: la gara
1Luglio, 2008
Soundtrack: O Sonho/Madredeus
AA-PPOSTOOO …
VIA
Mi stacco dal blocco di partenza e lascio tutto lì a terra, ansie da prestazione variegate ad aspettative surgelate negli occhi degli altri.
È una palla di cannone, un’esplosione nel petto. Liberazione, gioia, divertimento. Un tuttuno propulsivo che spinge, frulla, fende, avanza. Braccia, gambe, piedi, testa, cuore, dita, mani, pelle.
Scivolo solido pensandomi liquido.
Un respiro doloroso a palpitare nel petto, nutre, vivifica la voglia di vincere. Né fa materia duttile, corpo agile.
Sono affannosi minuti, acquosi, alienanti, tocco la piastra, è fatta.
Quinto.
Acquario: il riscaldamento
28Giugno, 2008
Soundtrack: O Sonho/Madredeus
La sensazione è sempre la stessa, mi ritrovo a bordo vasca a studiare quello che sarà il mio campo di battaglia e mi pare sconfinato, i margini sembrano perdersi a vista d’occhio. Come se i contorni si allungassero sempre un po’, il confine si sposta come in un sogno allucinatorio.
Non riconosco la distanza solita.
Ripeto lo stesso rito gestendo l’ansia. Mi sistemo i capelli strizzandoli in un piccolissimo chignon. Metto la cuffia. Sistemo con cura l’elastico degli occhialini passandoci gli indici sopra, verificando che non ci siano pieghe. Faccio aderire a ventosa gli “svedesi”. Salgo sul blocco, tiro un sospiro, una spinta di reni e sono in acqua.
Mi sento piccolissimo, un’acciughina: il mio corpo sospeso in una profondità precisa ma insolita, è la piscina dei tuffi. A pelo d’acqua attraverso un blu intenso, artificiale, cristallino. Mi allungo scavalcando la lunghezza del mio corpo , bracciata dopo bracciata ritrovo il mio elemento. Ne testo la pesantezza, la temperatura, l’aria circostante. Prendo boccate d’aria e lo riconosco. E allora comincio a giocarla sotto di me e a divertirmi. Le mie braccia sono pale meccaniche, i piedi si allungano e frullano, il mio corpo diventa filiforme si innesta tra le sue pieghe.
Sono a casa.
Traslocando
17Maggio, 2008
Soundtrack:traslocando/Ivano Fossati
Stamattina faccio le gare di nuoto, 200mt delfino et 200mt stile libero, è faticoso ma mi sono allenato per questo!
Nel pomeriggio organizzo il trasloco, almeno comincio, tanto l’inventario è già fatto!
Dovrò fare molto stretching, sennò mi si fa l’acido lattico!
Due vasche lente
18Marzo, 2008
Soundtrack: Traspare/Ivan Segreto
Ogni sera, dal bordo vasca, arriva l’ultima istruzione. La voce è debole, ha perso il vigore sadico che aveva poco prima, quando declamava a menadito il programma di allenamento senza frainteso, senza alcuna disattenzione.
Il corpo festeggia, distende i muscoli contratti e stanchi. Si allunga nell’acqua riacquistando il ritmo proprio. Riappacifica l’attrito con quell’elemento nemico, scivola finalmente.
Le braccia come le gambe assecondano l’acqua e se la portano dietro, la scavalcano giocandola. La testa si poggia sulla spalla sinistra e prende aria, profondamente, e subito il braccio destro la segue ché è già in acqua, quando arriva il suono amato, atteso, quello sciabordio che è diventato sinonimo di abbandono, pace.
È strana come parola, sciabordio, nel mio immaginario la usano i poeti, e io non sono poeta; oppure i froci colti, e io non sono colto. Ma è esatta, è musicale tanto quanto quello che sento quando rimetto la testa nell’acqua; dapprima il suono è chiaro, preciso quando respiro, e poi ottuso, profondo quando la testa è in acqua a fenderla.
Due vasche lente e si finisce.
Metto le mani sul bordo, faccio forza, e con una spinta di reni sono in piedi, fiero e con i muscoli vigorosi. Energico.
Due vasche lente e si è pronti per ricominciare, il giorno dopo.
Questi anni sono stati densi, il ritmo feroce, incessante. Le morti, le nascite, i traslochi, i progetti non realizzati, quelli tradotti in oggetti, gli assestamenti dopo le scosse, le rughe e le mutazioni.
Arriva pure la primavera, le primule gemmano, come pure le voglie, le idee, i desideri e i programmi. L’aria profuma già di scelte.
Due vasche lente, ancora, e sarò pronto. Energico.
Locker room
11Marzo, 2008
Soundtrack:Jerusalem/Raiz
Stasera ero sotto la doccia nudo come un vermiciattolo, stanco dopo il mio quotidiano nuotare, quando, dal vociare dei discorsi da spogliatoio maschile, arriva in conclusione di una frase: “…e quant’altro” .
Ora, i discorsi negli spogliatoi maschili non volano alti, né tantomento pescano nel variegato scibile umano, per lo + sono un’espressione verbalizzata della competitività atavica tra primati maschi: il cazzo!
Chi ce l’ha + lungo, + grosso, + duro che dura e via dicendo…
I discorsi quindi non sono mai, un aneddoto, un dilemma, una novelletta amena, ma esclusivamente avverse posizioni su tre argomenti: il pallone, la femmina, la politica.
Chi anima i discorsi è generalmente chi ce l’ha + piccolo, che dopo l’umiliazione della doccia deve riprendere possesso del suo orgoglio di maschio ferito costruendo verbose teorie atte a recuperare ciò che s’e visto mancare nel confronto con gli altri!
Per tutti rimane miseramente: “Pepp’ O’BUTTON’” (il bottone).
Appunto, lo sventurato, dopo 20 minuti di comizio politico ha concluso con “…e quant’altro”.
Mi si sono drizzati i peli! Parevo un rospo.
Quant’altro lo usano oramai tutti; passi che lo usano gli amici di Maria de Filippi, passi pure che lo usino gli speaker radiofonici, ma al telegiornale NO! e NO tutt’insieme, Pepp’ O’BUTTON’ compreso. Cos’è una moda?
Quant’altro mi fa schifo, mi pare spazzolare con la mano la tavola dalle briciole dopo aver sparecchiato. Ha un suono orrendo!
Posto che non sono Alessandro Manzoni, posto pure che spesso litigo con la punteggiatura: la metto a caso come faceva Totò; ma ciò a cui faccio attenzione è l’immagine che le parole evocano. Le scelgo con cura. È quello che mi aiuta nella scrittura, come se stessi disegnando. Prima si forma una nuvoletta sfilacciosa, dopo cerco di scontornarla con i vocaboli quando nel frattempo la nuvoletta rischiara e diventa immagine.
Posto pure che non ci sia mai riuscito, ma riflettiamo su quali immagini evocano “e quant’altro” ed “eccetera” .
La prima pronunciata ha un suono nasale orrido, la enne risuona nel naso e uncina tutto ciò che segue portandolo su, con un suono piatto tra il palato e le narici concludendo con una O gutturale che senza l’appoggio diaframmatico cade nel precipizio della gola. Orrendo! Vomitevole!
Manco la seconda è bella: è una marcetta; una professoressa bassina con il culo grosso che cammina pesante su tacchetti quadrati, ma almeno sa di qualche cosa di antico, romantico, come il rumore dei martelletti sulla carta di una olivetti 35, è vintage!
E allora vi prego usiamola!