Inventario
11Aprile, 2008
A occhio e croce quattro cinquecento libri, la metà di riviste d’architettura e design, un pc, la perla nera Kenwood (il nome fa cafone ma è ancora una forza), una slamp regalata da DDG a Natale, il divano di pelle nera che è uno strepitoso oggetto, la libreria expedit, il letto e il materasso ma pure il piumone e le lenzuola coordinate, il settimanale ottocento comprato dal rigattiere, il tavolo di rovere da cucina è a metà, ma ci sono le pentole i bicchieri e i piatti, due scatole di cd, la cassettiera che sta in bagno, le poltrone, la tele, metà lavastoviglie, il tappeto che mi ha dato RDC, le cornici e le foto, la scatola di matite colorate e me: non sono ancora intero.
4 anni di aspettative voglie desideri fatti nomignoli conversazioni risate pianti strepiti gioie cambiamenti attese progetti attese e ancora attese.
“Prendiamoci una pausa, magari riusciamo ad essere più lucidi”
Due settimane di pausa.
Ho spuntato, nel frattempo, uno ad uno le voci del mio inventario legandole con un filo. Un trenino lungo lungo di cose, che ho preteso di portare con me, trascinandole senza far rumore.
Non ho considerato lo stridore dell’attrito sul pavimento.
Eravamo già sulla soglia, una scivolosa lastra di marmo grigia. Eravamo tutti sul bordo.
Ma poi succede che lo sconosciuto non è solo ciò che è nuovo, succede che ti seduce anche quello, che c’è ancora spazio e tempo, che si può ancora parlare, che si può ancora esplorare, che c’è ancora voglia ed energia per farlo e scarpe chiodate per camminarci dentro. Succede che se si è ancora in due la strada sembra percorribile. Sembra un’occasione adulta.
Sembra.
Domenica
2Marzo, 2008
Soundtrack: Rabbit in your healights/Unkle
Di quello per cui mi sono seduto alla tastiera ne parlerò poi, adesso la mia sensazione ha necessità di parole.
Ha bisogno di queste letterine in fila che fanno il loro presentat arm. Soldatini che dritti sugli attenti (accenti) fanno centro inconsapevolmente: l’immagine è chiara, ma non alla ragione che, rischiarata, accusa il colpo e prende coscienza.
È il motivo per cui ho deciso di coltivare questa esperienza, fatta di ragionamenti senza una faccia.
Ho lasciato la mia sagoma nel letto stamattina. Sprofonda lentamente.
Da quando sono sveglio mi sento alienato. Lontano milioni di chilometri.
Vagolo nel profondo dell’abisso tra il precisissimo incedere quotidiano. I movimenti ordinati e attenti rassicurano, mi tengono legato; il resto è milioni di particelle sciolte che avviluppano in vortici insensati, improvvisi.
Sono qui e sono altrove: senza forma e consistenza. Qui o altrove.
Bisognerebbe fare una lista di tutte le cose mie, raccoglierle, ammonticchiarle e guardarle. Fare scorrere il dolore e scordarsi. Chiudere la porta alle spalle.
Ma quali sono le cose mie? Quali per cui vale la pena portare il peso?
Non sono fatto + per scappare e non lasciare traccia, ricominciare altrove.
Il dolore e l’inquietudine conoscono già l’indirizzo e non le voglio + con me.
Azione?
Azione!
E allora c’è bisogno di riagganciare le vertebre della spina dorsale, ancorarle alle costole e incamerare aria.
Scannerizzare tutto lo spazio circostante e appropriarsene. Puntare il bersaglio e liberare ciò che trattengo.
A chi importa se sono lamelle sottili che feriscono, a chi se ci scappa il morto!