Ominidi

29Ottobre, 2008

Soundtrack: Short Dick Man/ Fingers

 

È da tempo oramai che ho superato lo choc dei maschi con le sopracciglia ad ali di gabbiano: non me li fidanzerei, ma gli chiederei tra lenzuola: perché lo fai, disperato ragazzo mio?

 

Anni che combatto contro la femminea trasfigurazione di ragazzetti imberbi, che dopo l’imprinting avuto col primo video di madonna, folgorati, si muovono come se fossero paesanotte rockstar.

Me ne sono fatto una ragione, contemplandoli nel variegato panorama umano.

 

Non rispondo, disgustato, a chi parla al femminile, trasformando tutte le parole con una O finale in A, fosse anche quaderno. Ma se fatto con dosata ironia, posso anche dare stitici cenni di ascolto.

 

Tollero chi con il passare degli anni diventa il biografo non ufficiale della sua “divina” preferita e trasforma la propria casa in un altarino devoto, sentendosi illuminato e progressista. Posso andarci a cena, se invitato, mangio velocemente e rifuggo lo show finale dove bisogna mostrarsi adoranti verso gadget, canzoni, registrazioni video e, per chicca di chiusura, meticolosissima imitazione con travestimento.

 

Capisco, ripugnato, chi tutte le sere esce con l’amichetta del cuore, facendola passare come la propria fidanzata agli occhi degli astanti attoniti, sbatacchiandola però a destra e a manca in tutti i locali froci della città. L’occhio della società avvolte è crudele e se si hanno dei ribes al posto dei coglioni questa può essere una soluzione. Io per loro avrei decretato la rupe tarpea, infondo sempre storpi sono, ma tant’è!

 

Tollero a fatica chi è iscritto a tutti social network gay della rete, dichiarandosi dedito solo all’amore e coltivando, sotto agli occhi, borse di varia misura per tutte le notti passate davanti ad una webcam. Li tollero fino a che la recita non vacilla, fino a quando con isteriche invettive scagliano il loro moralismo cattolico contro la promiscuità del mondo gay; fino a quel momento sono fintamente accondiscendente, poi li accartoccio, stufo, come cartastraccia.

 

Ma dopo anni di sforzi e di psicanalisi proprio non mi posso rassegnare al genere maschio PASSIVO.

 

Lo so, l’immagine che ti si è formata davanti agli occhi è una precisa posizione del Kamasutra che ha un vezzeggiativo animalesco, o da gioco di carte: ZOZZONE/A!

Ora, prendi questa immagine ed usala nella tua vita privata, aggiustati la patta, massaggia i capezzoli inturgiditi e seguimi attentamente.

 

Il genere “maschio passivo”, che di seguito chiameremo MAMMOLA, è colui il quale usa strade secondarie per arrivare, ad altre strade limitrofe che si approssimano, lontanamente, nel tuo raggio d’azione. La mammola, in questo incedere lento e digressivo, si perde nei meandri dei suoi pensieri, nei labirinti delle sue aspirazioni, nell’avvicendarsi dei suoi bisogni primitivi, confondendoti con il puerile BIG JIM che s’è fatto in testa! La mammoletta del cazzo, non ti guarda mai dritto negli occhi, hai visto mai che sia troppo esplicita, ma fa cerbiatti sguardini di sottecchi perché ha principesco sentire.

La stramaledetta, quando finalmente ti fai carico della situazione e supponi che “forse è timido” e lo accogli nelle tue chiacchiere, vuole farsi corteggiare, si impreziosisce, si ritrae, vuole essere inseguita; per cui fa teatrali coreografie nell’aere per farsi acchiappare pur ritraendosi ancora e ancora.

 

Pur non facendomi abbindolare manco lontanamente da codesto genere-degenere di maschio mi chiedo ma i coglioni, a questi, a cosa gli servono?

 

Il desiderio, la scelta, il prendere una posizione che sia autentica, originale, personale in quale darkroom l’hanno dimenticata?

 

La loro consapevolezza di essere uomo complesso, raziocinante, per quale sitcom l’hanno barattata?

 

Ma i maschi, quelli che “puzzano” esistono ancora?

 

Io ne prenoto uno

 

 

Comunity

12Aprile, 2008

Soundtrack:piccoli dettagli al buio/Deasonika

Stamattina il mio compagno, come spesso accade, mi ha portato il caffè. Mi si accosta affianco, appoggia la mano sulla mia spalla e mi chiama. Apro gli occhibelli, sorrido (è più una smorfia di dolore che un sorriso) agguanto la tazza mugugnando, bevo, richiudo gli occhi e mi sposto di fianco.

Aspetto che il sapore del caffé conquisti tutta la bocca prima di riaprire gli occhi definitivamente; alle volte fallisco un tentativo dopo l’altro gongolando in quel torpore mattutino, assaporando insieme al caffé  la sensazione che mi lasciano i sogni, la luce incerta che filtra dagli scuri e l’erotismo del legnetto intrappolato nelle mutande.

Il mio risveglio è lento, progressivo, silenzioso.

Il mio compagno, diversamente, è già attivo, sbarra gli occhi e comincia la giornata.

 

Stamattina ha sbarrato gli occhi, ha acceso il pc, e si è accorto che nella sua comunity fotografica mancava una sostenitrice/amica: con la tazza del caffé ho dovuto sorbirmi pure GT che se ne va per protesta contro JPG Magazine (portale fotografico n.d.a.).

Cazzo!

Parlava a macchinetta, raccontandomi tutta la storia con dovizia di particolari, facevo fatica a stargli dietro. Mi ha sparato nelle orecchie tutta la preoccupazione e lo sconcerto nonché il dispiacere di aver perso un’amica.

Sorrido con piglio superiore e taglio il discorso, “perdere un’amica… mmah”!

Poco dopo in macchina mi ritorna in mente la questione, la rivaluto e mi domando, ma è possibile creare rapporti affettivi con uno scambio rarefatto di messaggi stitici?

Mieto considerazioni.

Di fatto qualche settimana fa, soggiogato dall’entusiasmo ho invitato a cena dei perfetti sconosciuti, l’ho fatto per curiosità, perché avevo voglia di capire quale espressività corporale generasse le parole che leggo con interesse, e che emotivamente partecipo ogni giorno. L’ho fatto con innocenza, spontaneamente.

Ma cosa ci sta dietro a questa finestra?

Cosa si nasconde, dietro questa infinita serie di 01, perché si possano creare relazioni che appaiono intime?

Quale condivisione?

Quale progetto?

Quante cose in comune?

 

Mi sono sempre preoccupato che i miei amici, le persone che fossero ai vari piani della piramide, potessero conoscere la parte + sincera di me, che questa potesse essere + intima in relazione all’altezza della hit geometrica. Certo il consuntivo non è fiducioso, ognuno, degli altri, mette ciò gli entra nelle proprie tasche, facendo un collage personalissimo; approssimando, ottimizzando, confezionando, inevitabilmente, una grottesca immagine bidimensionale.

E allora, in questo delirio egocentrico del blog, in cui la storia di ognuno nasce già storiografica, ovvero, fatta dall’immagine di sé che si vuole dare, quale parte arriva, quale puzzle si costruisce? Quanti tasselli sono mancanti?

Io , qui, quale io sono?

E tu, quale te sei?

Dietro a questa finestra chi ci sta?

 

Inventario

11Aprile, 2008

Soundtrack: vento d’estate/Fabi-Gazzè

A occhio e croce quattro cinquecento libri, la metà di riviste d’architettura e design, un pc, la perla nera Kenwood (il nome fa cafone ma è ancora una forza), una slamp regalata da DDG a Natale, il divano di pelle nera che è uno strepitoso oggetto, la libreria expedit, il letto e il materasso  ma pure il piumone e le lenzuola coordinate, il settimanale ottocento comprato dal rigattiere, il tavolo di rovere da cucina è a metà, ma ci sono le pentole i bicchieri e i piatti,  due scatole di cd, la cassettiera che sta in bagno, le poltrone, la tele, metà lavastoviglie, il tappeto che mi ha dato RDC, le cornici e le foto, la scatola di matite colorate e me: non sono ancora intero.

 4 anni di aspettative voglie desideri fatti nomignoli conversazioni risate pianti strepiti gioie cambiamenti attese progetti attese e ancora attese.

 

“Prendiamoci una pausa, magari riusciamo ad essere più lucidi”

Due settimane di pausa.

 

Ho spuntato, nel frattempo, uno ad uno le voci del mio inventario legandole con un filo. Un trenino lungo lungo di cose, che ho preteso di portare con me, trascinandole senza far rumore.

Non ho considerato lo stridore dell’attrito sul pavimento.

 

 Eravamo già sulla soglia, una scivolosa lastra di marmo grigia. Eravamo tutti sul bordo.

 

Ma poi succede che lo sconosciuto non è solo ciò che è nuovo, succede che ti seduce anche quello, che c’è ancora spazio e tempo, che si può ancora parlare, che si può ancora esplorare, che c’è ancora voglia ed energia per farlo e scarpe chiodate per camminarci dentro. Succede che se si è ancora in due la strada sembra percorribile. Sembra un’occasione adulta.

 

Sembra.

 

Locker room

11Marzo, 2008

Soundtrack:Jerusalem/Raiz  

Stasera ero sotto la doccia nudo come un vermiciattolo, stanco dopo il mio quotidiano nuotare, quando, dal vociare dei discorsi da spogliatoio maschile, arriva in conclusione di una frase: “…e quant’altro” .

Ora, i discorsi negli spogliatoi maschili non volano alti, né tantomento pescano nel variegato scibile umano, per lo + sono un’espressione verbalizzata della competitività atavica tra primati maschi: il cazzo!

Chi ce l’ha + lungo, + grosso, + duro che dura e via dicendo…

I discorsi quindi non sono mai, un aneddoto, un dilemma, una novelletta amena, ma esclusivamente avverse posizioni su tre argomenti: il pallone, la femmina, la politica.

Chi anima i discorsi è generalmente chi ce l’ha + piccolo, che dopo l’umiliazione della doccia deve riprendere possesso del suo orgoglio di maschio ferito costruendo verbose teorie atte a recuperare ciò che s’e visto mancare nel confronto con gli altri!

Per tutti rimane miseramente: “Pepp’ O’BUTTON’” (il bottone).

Appunto, lo sventurato, dopo 20 minuti di comizio politico ha concluso con “…e quant’altro”.

Mi si sono drizzati i peli! Parevo un rospo. 

Quant’altro lo usano oramai tutti; passi che lo usano gli amici di Maria de Filippi, passi pure che lo usino gli speaker radiofonici, ma al telegiornale NO! e NO tutt’insieme, Pepp’ O’BUTTON’ compreso. Cos’è una moda?

Quant’altro mi fa schifo, mi pare spazzolare con la mano la tavola dalle briciole dopo aver sparecchiato. Ha un suono orrendo! 

Posto che non sono Alessandro Manzoni, posto pure che spesso litigo con la punteggiatura: la metto a caso come faceva Totò; ma ciò a cui faccio attenzione è l’immagine che le parole evocano. Le scelgo con cura. È quello che mi aiuta nella scrittura, come se stessi disegnando. Prima si forma una nuvoletta sfilacciosa, dopo cerco di scontornarla con i vocaboli quando nel frattempo la nuvoletta rischiara e diventa immagine.

Posto pure che non ci sia mai riuscito,  ma riflettiamo su quali immagini evocano “e quant’altro” ed “eccetera” .

La prima pronunciata ha un suono nasale orrido, la enne risuona nel naso e uncina tutto ciò che segue portandolo su, con un suono piatto tra il palato e le narici concludendo con una O gutturale che senza l’appoggio diaframmatico cade nel precipizio della gola. Orrendo! Vomitevole!

Manco la seconda è bella: è una marcetta; una professoressa bassina con il culo grosso che cammina pesante su tacchetti quadrati, ma almeno sa di qualche cosa di antico, romantico, come il rumore dei martelletti sulla carta di una olivetti 35, è vintage!

E allora vi prego usiamola!