Ricetta pasquale

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Soundtrack: Inquieto/CSI
  1. Un chilo e mezzo di farina.
  2. Tre dadi di lievito sciolti in acqua calda.
  3. Sale e pepe QB.
  4. Trecento/trecentocinquanta grammi di sugna.
  5. Olio di gomito a richiesta.

Ho cominciato questo gioco consapevole di quello che cercavo.

 Legare l’acqua e la farina non è facile, fai la fontana, la versi dentro dopo aver “squagliato” il lievito, e cominci a rimestare le dita dentro. Lentamente, arginando con cura l’acqua, creando dighe provvisorie, convincendola con la scioltezza delle mani a legarsi con questa stronza di una polvere bianca che svolazzerebbe dappertutto. Sfilacciosi fiocchi remissivi, scontornano quello che diventa pasta morbida e calda, hanno i minuti contati, si abbandonano alle mani imbrattate di sugna aggregandosi a questa enorme chiappa calda, malleabile ed elastica.

 “non toccare” mi diceva “è per l’imbottitura” , mi guardava sottecchi per cogliermi in flagrante e concedermi quel piccolo reato rimproverandomi. Forse tra se e se sghignazzava a vedere un bambinetto goloso che lo guardava adorante mentre tagliuzzava regolarissimi pezzi di salame, pancetta, formaggi, con una precisione tale che un calibro gli avrebbe dato ragione.

 La forza delle braccia deve sottomettere la pasta e lavorarla fino a che diventa una pallottola calda e “ribollente”. Sapevo che quella stessa forza , questi gesti, avrebbero liberato nell’aria particelle di odori e ricordi. Immagini tridimensionali in cui immergersi per farsi avvolgere e riscaldare.

 È solo l’odore della sugna che s’insinua dappertutto, eppure mi pare uno star gate da cui mi prendo quello mi serve per questo periodo che è arido e senz’amore. Faticoso e insoddisfacente.

 Mio padre era un uomo silenzioso, aveva poche parole. Quando mi aggiravo sconsolato in giro per casa, mi prendeva la testa tra le mani ruvide e mi diceva “checcè a babbo” e rasserenava le giovani rughe con carezze pacate, lente, delicatissime; senza aggiungere nient’altro. Tutto l’amore e le parole che avrebbe potuto dire le metteva generoso tra gli ingredienti della sua cucina casereccia, nel piatto preferito che arrivava al momento giusto, senza una esplicita richiesta. Era il suo modo di dire, di essere presente. Di guardarti. Di coccolarti.

 Ora la mia casa è pregna di quell’odore, e io mi faccio coccolare dai ricordi e dal mio modo di sentirlo vicino e di ricaricare le batterie.

Buona pasqua.

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L’uovo e la gallina:la scelta.

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Soundtrack: l’amore stupisce/Ascanio Celestini 

 

Interno notte: discoteca.

La luce, lama colorata, seziona chiaroscuri di facce troppo teatrali, flasha a intermittenze regolari per scandagliare espressioni e sguardi, sorprende, appiattisce. Alla rinfusa pezzi umani si schiacciano su un unico piano, coesistono senza contraddizione come les Demoiselles d’Avignon: di faccia, di profilo, scomposte, orecchie labbra braccia gambe. Tutt’uno  tutto insieme: un’orgia da macello che ritrova la sua continuità attraverso il movimento del mio corpo, dei miei occhi. Il mio corpo sudato è con loro, intero e spezzato dallo stesso visionario momento scenico. Non serve dirsi troppo, le parole, poche, si arrampicano su suoni elettronici e slogan ossessivi.

Una mano mi prende per la vita e mi tira a se:

 

          ciaocomestai? –

          benegrazie e tu? –

          bene. –

          ti ho visto gironzolare, sei a caccia? –

          no, cercavo un amico –

          vieni, mi fumo una sigaretta –

          …  in realtà stavo cercando te –

          ….

 

L’ho guardato, incuriosito come fanno i cuccioli di cane quando non conoscono qualche cosa, inclinando la testa e osservando l’oggetto alieno, fissandolo muto. Ho sorriso e ho scelto.

In quel preciso momento mi sono reso conto che potevo credergli o no, avrei potuto stare li a capire che natura avesse il suo interesse e perché, oppure bruciare tutto con la fiamma ossidrica di una battuta salace. Ho scelto di non credergli, prima l’ho innalzato sul piedistallo del latin lover e poi ho infiammato quattro parole in fila per appiccare il fuoco della base e nutrire il mio narcisismo dei pezzi della carne che fondeva al fuoco.

Avrei potuto credergli e farmi colare addosso le parole come miele. Avrei potuto innamorare l’immagine del principe azzurro e scagliarlo in un avvenire lontanissimo, prenderlo per mano e “rincorrerci”, affannando, in un futuro senza dimensione e senza tempo.

Avrei potuto se fosse stato Lui, se fosse stato il momento, se il desiderio avesse dettato, se il bisogno e la mancanza avessero contribuito a scattare la fotografia di una scenetta familiare. Avrei potuto se fossi fatto ancora  di creta umida, da impastare e modellare. Avrei potuto, ma ora mi piace camminare a passi lenti.

 

È che intorno a me innamorati scontenti continuano a tenersi la mano e proseguono a volere quella di chi hanno immaginato, pensando sia lo stesso palmo, pensando che un giorno, alla data X, si compirà il miracolo e Biancaneve si sveglierà con un bacio, e Cenerentola riceverà dal principe la scarpa gemella. Ma allora perché ho a che fare con Cenerentole che vogliono calzare mele e delle Biancaneve che  hanno a che fare con scarpette troppo strette?

Queste eroine continuano a raccontarmi lucidissime analisi dei fatti per poi disinnescarli e partire con la filippica del vorrei che fosse, del sarebbe bello che, del credo che lui/lei pensi che.

Per quale motivo si nega volontariamente ciò che è reale?

Di quale natura è fatto l’amore per ottundere definitivamente la capacità d’osservazione della persona “amata”?

Per quanta lucida capacità d’osservazione si ha, come si fa a ridimensionare ciò che fin dapprincipio contribuisce ad innescare il fuoco dell’ammore?

Chi si ama prima, l’immagine o l’uomo?

Chi nasce prima, insomma, l’uovo o la gallina?

 

 

 

Muto

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Soundtrack:tutto a posto/Nada

 

Muto, in questi giorni sono muto. Muto senza un linguaggio alternativo che mi possa far tradurre in segni quello che andrebbe bestemmiato, urlato, sbraitato. Un mutismo feroce che suggerisce solo calci e pugni, gli unici segni che contemplo. Gli unici che potrebbero dire la rabbia, il dolore, la mancanza, e tutte le novità di questo 2009. Voglio un anno bisesto è più ragionevole!

Sto a mascelle serrate, rigido: cerco di raggomitolare la lunga scia di pensieri che si srotola disordinata, quando un altro fatto mi fa perdere la matassa, il capo, la coda. Persi. Perso.

E ricomincio da capo digrignando tra i denti la delusione, la mastico per digerirla, ma è un boccone troppo disgustoso per inghiottirlo.

È come una di quelle spezie che mettono nel riso in Thailandia, credo che si chiami Danìa, è una specie di scoppio, ti afferra la gola, nel frattempo che stai assaporando il tuo riso con le verdurine. Un aggressione: si appropria rapidamente della lingua, poi la gola insieme al  naso e, come un’esplosione a catena, punta dritta allo stomaco, lo inonda, fa inversione e risale contemporaneamente, nuovamente, bruciando tutto il sapore che si potrebbe provare. Una tragedia; rimani disgustato colla fronte aggrottata per i successivi venti minuti incapace di fidarti nuovamente per quello che la fame reclama. Per quello che ti spetta di diritto.

Di cose ne sono accadute diverse, la sfera personale, il lavoro, i programmi, i progetti per il futuro, ma raccontarle sarebbe un necrologio inutile, sterile, paradossalmente incomprensibile.

E allora resto muto, immobile, guardingo, aspettando che il portone si apra dopo la chiusura di una porta.

Il fatto è che mi sento solo, senza un abbraccio in cui abbandonarmi, in cui sentirmi protetto. Rassicurato da quell’incavo del petto che è a forma della tua testa, che ti rasserena, ricarica e ti fa ripartire da capo. Non c’è più, è morto. Sono un ramo senza albero, cerco di mettere radici ma non prendono, sarrà che non le annaffio abbastanza!

Muto, perché le parole non sono scialli da mettere sulle spalle, non riscaldano, né le mie, né le tue.

Gossip

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Soundtrack: noi siamo gli asini/ Ascanio Celestini

 

La mia amica Daniela è una simpatica ingenua, ogni volta che le racconto qualche storiella un po piccante mi diventa imbarazzata e pruriginosa, non perché abbia un reale moralismo che le impedisce di ascoltare ciò che pure lei ha fatto senza stare troppo a pensarci, ma perché ha un problema col verbale, ovvero, col nominare fatti posizioni o “cruderie” sessuali di sorta.

Il mio passatempo preferito, ultimamente, è dirle di soppiatto, come se parlassi di un amico comune, le indiscrezioni sessuali sui personaggi del modo dello spettacolo. Forte delle mie conoscenze “altolocate”  contrabbando notizie come se fossero la verità assoluta, come cioè se tizio o caio me li fossi scopati personalmente. “chi quello? Sissì è recchia! Lo so per certo”

La sua reazione è meravigliosa, mi fa scompisciare dalle risate solo a pensarci, incomincia ad accanirsi chiedendo chi me lo ha detto-come lo so, irritandosi sconfitta come se le avessi tolto “la polpetta dal piatto”.

Stamane ascoltando la radio sono venuto a conoscenza di un fatto piuttosto increscioso, ovvero un notissimo cantante ha messo le mani nella scollatura ad un altrettanto nota attricetta paragonandole le poppe a delle mozzarelle.

Nulla di male se Tonino Ugola d’oro avesse impalmato le zizze di Marisa Golaprofonda a tele cavoli di sassulo, ma tutto questo succedeva in prima serata su Rai UNO in una delle trasmissioni più seguite dell’anno con il patrocinio di Raffaella Carrà: la mamma della televisione!

Posto che da parte mia non c’è nessun moralismo del tipo “gesù gesù queste cose in televisione mi fanno schifo” no-nnò, non me ne frega un accidente se non per il fatto che: quanto insistenti devono essere le voci sul conto del noto cantante che preferisce passare per un porco assatanato rozzo e pure “rattuso” pur di zittire la voce del popolo? Che come si sa: voc’ ‘e popol’ voc’ ‘e DIO!

La morale è meglio broccolo marcio che finocchio!

Domani dopo la piscina alla mia amica Daniela racconterò una storiella di prima mano di un mio amico DJ che si è cucinato a fuoco vivo una verdurina interessante.

Orfano di Babbo Natale

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Soundtrack: jingle bells/neripercaso

 

Ho abbastanza tabacco per durare due giorni a fumare rimanendo rintanato nella mia stanza, colla stufa a palla, e senza avere la necessità di uscire nel freddo gelido di questa caserma in cui abito! Niente da mangiare, ho fatto il pieno in questi giorni (il mio nutrizionista ne avrà a male), i bisognini li cateterizzo dalla finestra con la gioia degli abitanti del cortile, e le comunicazioni impellenti le telegrammo attraverso la rete!

La malinconia delle feste si è impadronita di me, incontrastata!

Ogni anno, passata l’abbuffata natalina, rivaluto a mente fredda la costipazione emotiva che mi attanaglia e cerco di digerirla. C’è bisogno di silenzio, concentrazione, memoria e digiuno forzato.

È che uno a fatica si riprende dall’estate: pelle abbronzata, conquiste leggere, alcoliche serate danzerecce, per scafandrarsi in maglioni di lana pesante, cappelli e sciarpe. Quindi col pallore verdognolo di un inverno rigido, ci si trascina in un ritmo lavorativo serio e responsabile di impegni e professionalità, che ti capita, tra capo e collo, il messaggio promozionale del Natale. Comincia un mese e mezzo prima, incalzante, tra lucine canti e avvisaglie di neve fatata, che ci si ritrova col vischio nel culo a fare la spesa da folletto per conto di babbo Natale. È tutto un correre forsennato incontro a quella felicità che promette da anni e anni Jingle Bells che quando arriva la notte di natale ci si ritrova desolati al cospetto di una stanca cassatina siciliana, abbattuta sul fianco per la sua pesantezza intrinseca, a scartocciare l’ennesimo paio di calzettoni che la nonna ha comperato per conto del folletto a colori cocacola. In quel momento hai la netta consapevolezza che la scintillante magia del natale è quella delicata nota, precisa e sibilante (tenuta a lungo col diaframma) che flauta a tratti roca al di la della porta del cesso! … E puzza di fogna!

Niente neve che cade a fiocchi ben annodati, si vende in grammi e si tira su col naso!

Niente allegria improvvisa per la soavità della neve danzante, la neve a Napoli s’è vista 2 volte e non si poggia a terra, si squaglia prima!

Nessuno scintillio magico tra i sorrisi dei commensali: l’unto del baccalà fritto regna sovrano!

I desideri rimangono desideri e se ti azzardi a pronunciarli c’è qualcuno che ti guarda sogghignando come se fossi un cazzone credulone passandoti l’insalata russa.

Il senso della famiglia viene annualmente preso a colpi di machete tra le ciociole e i roccocò.

E intanto quello stronzo di babbonatale latita da quando ho memoria!

Ma allora il senso del natale cos’è, dove sta? Nelle canzoncine di melassa che ogni anno vengono interpretate dalle rock star? Nei film di Cristian de Sica farcite di ilare volgarità a pronta presa? Nelle mutande rosse che se non te le metti trombi meno dell’anno precedente?

Ma il natale esiste? O è solo un’attesa per ciò che non succederà mai?

Non è che per caso questo senso di pesantezza che sta tra il petto e lo stomaco intasato dall’ultimo pezzo di panettone coi canditi è il figlio orfano di quel babbo natale che è uscito a comprarsi le sigarette anni e anni fa? Chissà … e intanto prendo un digestivo.

 

 

 

Pelle

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Soundtrack:Svefn/Stafraenn Hakon

 

È sulla pelle che è successo. È sulla pelle che deve succedere. Come avvertire il caldo o il freddo. Un bruciore improvviso, una punta di spillo; ma anche il lampo dell’imbarazzo ché arriva da dentro ma che fuori sta: sulle guance, nella fronte aggrottata, sulle labbra ripiegate tra denti.

È sulla pelle che voglio che stia, perché idrata, riequilibra il PH, perché è la che stanno i primi segni di contatto, li che rimangono i lividi dopo una colluttazione.

Chiedersi cos’è, dove sta, che forma ha, è forse una perdita di tempo? viverlo e consumarlo avidamente, una forma di debolezza narcisistica? e questa famelica voracità, da dove viene, che dice, cosa racconta?

Vero è che il mio corpo è cambiato, segue, elastico, le curve pericolosissime, le spirali del desiderio riconoscendosi sempre, ritrovandosi ogni volta. E la mia pelle risplende rinnovata come la muta di un rettile.

Vorrei che le costole fossero armonici di un battito roboante.

Forse sulla pelle cola il tempo e il desiderio, e risuona, il petto.

Forse.

Passato prossimo

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Soundtrack: Pretty little thing/Fink

 

Eppure in genere cerco di essere chiaro, preciso, meticoloso nella descrizione, nell’incasellare cronologicamente i fatti nel tempo; e invece questo blog è miserandamente diventato un blob: fatti/sensazioni senza capo e senza coda.

È che sono stanco assje.

Collaboro con uno studio 5 ore al giorno. Io, da ultima ruota del carro, partecipo ai disegni esecutivi di un progetto che, per contestazioni, ha il primato italiano; ma non ne posso tanto parlare potrei finire in gabbia per spionaggio! ARG

Appena rintoccano le 14, cavalco la mia vespa per raggiungere i miei operai in cantiere per seminare un po’ di terrore facendo finta di coccolarli.

Torno a casa, mangio e poi di nuovo al computer a progettare i miei deliri architettonici.

4 sere a settimana in piscina, 3 in palestra ché quest’anno m’è venuta la smania della preparazione atletica e, da buon finocchio, dei muscoletti.

La casa da curare, le camice da stirare, le lavatrici da caricare, il bucato da stendere, la verdura da pulire, le relazioni da mantenere, la pelle da idratare … TILT

È che ad un certo punto volevo pure vivere come se stessi sempre in vacanza, surfare su quest’onda di libertà/leggerezza/spensieratezza che sento fortissima e allora ho preso un aereo e sono partito per Milano.

Poalino una settimana prima, in gita a Napoli, mi aveva invitato alla sua festa, e io vincendo le mie resistenze economiche (conserva i soldi che arrivano tempi duri) ho digitato Napoli-Milano su google e mi sono preso l’offerta migliore!

Ho preso l’aereo non prima di aver assolto al mio compito da bravo alteta (il sabato è piscina e palestra insieme) e mi sono sentito troppo figo nel dire: “vado ad una festa a Milano” a chi me lo chiedeva. Che chic!

La variegata umanità milanese mi conquista, trovare persone che fanno cose, lavorano, hanno impegni, ruoli e luoghi propri, mi meraviglia rispetto al panorama napoletano che è tutto un vedremo, un farò da grande, anche quando grandi lo si è già da tempo. Ma questa è un’altra storia.

Il motivo per cui Milano, ora, è più desiderabile lo conoscete già. Li in una cucina in via Borgonuovo ho conosciuto il mio discografico preferito, che mi è stato sulla pelle fin dapprincipio e poi ci è ripassato non troppo metaforicamente due settimane dopo mio ospite a Napoli.

Fidanzato? No, non direi. Ma mi piace che il desiderio stabilisca modi e luoghi e tempi. Il resto si vedrà.

Eppure di cose da dire ne ho, un post su mio padre che il dolore riesce sempre a rimandare con cura, uno sul mio ex marito che è già scritto ma ha qualche reticenza a volersi mostrare. Uno su Babbo Natale, sul mio modo di passeggiare. E progetti e futuro. No, io, di Luxuria non parlo, me ne disinteresso, non ho la televisione!

Baci XXX.

 

 

Futuro anteriore

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Soundtrack: il bacio sulla bocca/Ivano Fossati

 

 

… deve essere stato quando sei venuto in cucina e ci siamo presentati. Quando mi hai riconosciuto incasellandomi in chissà quale racconto e mi hai detto “… ma complimenti…” . Avrò fatto esattamente quella smorfia di imbarazzo che mi hai raccontato in un messaggio, me la riconosco. Ma ancora mi intimidisco, distogliendo lo sguardo e dando ragione a quel brutto anatroccolo infossato in qualche profondo dove del mio petto.

Deve essere stato in quel momento che ci siamo agganciati, prima che cominciasse la festa. Prima che ci fosse l’esposizione mondiale del maschio da monta. Prima che potessimo scegliere e testare, e tastare e accogliere corteggiamenti e sguardi eloquenti.

Prima di tutto ci siamo guardati.

 

Quello che è successo dopo mi sfugge, io gironzolavo curioso, tu ti destreggiavi nel traffico di vassoi e chiacchiere, quando abbiamo cominciato a stare vicini e salterellare, ballare e rincorrerci  come fanno i ragazzini la notte di natale prima di sfiocchettare i regali; ché è venuto all’improvviso, quel bacio, ché è stato frizzante e dissentante quanto la coca-cola. Ché non disseta e ne vuoi ancora e ancora.

Sono l’ospite del padrone di casa, corteggiato e vezzeggiato. Con lui ho passato lunghi pomeriggi  a farmi carezzare da chiacchiere amabili ed eleganti, esattamente com’è il suo modo di stare al mondo; ma in questo girotondo da ragazzini me lo dimentico, e ci sei tu.

Ci sei tu anche all’alba di due giorni dopo, sotto al palazzo, dopo un messaggio furtivo, ad accompagnarmi all’aeroporto dove abbiamo provato a dissetarci nel parcheggio: “ vieni a Napoli, vieni da me”… “ si vengo, solo tra due finesettimana” .  … solo …

 

Proviamo a raggiungerci con tutti i mezzi dell’etere a nostra disposizione, messaggi/telefono/chat/faccialibro. Mi ritrovo ‘nzallanuto (stato confusionale) e scoordinato. Non riesco a fare 3 cose di seguito senza non fermarmi imbambolato a guardare nel vuoto, a pensare, a chiedermi. Cos’è tutto questo? Cos’è questo desiderio di vicinanza? Questa frenetica ricerca?

 

“Io sono uno senza tattiche” te l’ho detto sulla terrazza tra un bacio e l’altro, nell’ubriachezza che dilava le reticenze e amplifica le risonanze delle parole.

… e voglio starti sotto la pelle, riconoscere le pieghe della tua fronte, voglio rincorrerti e acchiapparti, stringerti fino a farti entrare nel petto. Voglio bere e mangiarti, a colazione a pranzo e a cena. Voglio il tuo corpo sulla mia tavola, nel mio letto, nelle pieghe spesse delle mie malinconie, voglio trovarti sorridente ad aspettarmi, e rasserenare le inquietudini che mi raggrinziscono la fronte. Questo te lo dico ora dove non lo leggerai, stampato dove è il posto del desiderabile desiderio, dove il  prodotto è ancora progetto. Lo dico sapendo che è un’illusione come sempre è l’ammore, un’ illusione fragile, leggera, con le ali; e si rompe e vola via in un istante.

E allora laceriamoci la carne prima che sia troppo tardi, dissetiamoci e sfamiamoci, voliamoci addosso e consumiamo quest’illusione prima di essere logori, prima che ci lasci cadaveri senza desiderio. E avremo scalato, combattuto, vinto questo inganno che ci stringe in una morsa paurosa de se, del vedremo. …

 

 

 

Ominidi

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Soundtrack: Short Dick Man/ Fingers

 

È da tempo oramai che ho superato lo choc dei maschi con le sopracciglia ad ali di gabbiano: non me li fidanzerei, ma gli chiederei tra lenzuola: perché lo fai, disperato ragazzo mio?

 

Anni che combatto contro la femminea trasfigurazione di ragazzetti imberbi, che dopo l’imprinting avuto col primo video di madonna, folgorati, si muovono come se fossero paesanotte rockstar.

Me ne sono fatto una ragione, contemplandoli nel variegato panorama umano.

 

Non rispondo, disgustato, a chi parla al femminile, trasformando tutte le parole con una O finale in A, fosse anche quaderno. Ma se fatto con dosata ironia, posso anche dare stitici cenni di ascolto.

 

Tollero chi con il passare degli anni diventa il biografo non ufficiale della sua “divina” preferita e trasforma la propria casa in un altarino devoto, sentendosi illuminato e progressista. Posso andarci a cena, se invitato, mangio velocemente e rifuggo lo show finale dove bisogna mostrarsi adoranti verso gadget, canzoni, registrazioni video e, per chicca di chiusura, meticolosissima imitazione con travestimento.

 

Capisco, ripugnato, chi tutte le sere esce con l’amichetta del cuore, facendola passare come la propria fidanzata agli occhi degli astanti attoniti, sbatacchiandola però a destra e a manca in tutti i locali froci della città. L’occhio della società avvolte è crudele e se si hanno dei ribes al posto dei coglioni questa può essere una soluzione. Io per loro avrei decretato la rupe tarpea, infondo sempre storpi sono, ma tant’è!

 

Tollero a fatica chi è iscritto a tutti social network gay della rete, dichiarandosi dedito solo all’amore e coltivando, sotto agli occhi, borse di varia misura per tutte le notti passate davanti ad una webcam. Li tollero fino a che la recita non vacilla, fino a quando con isteriche invettive scagliano il loro moralismo cattolico contro la promiscuità del mondo gay; fino a quel momento sono fintamente accondiscendente, poi li accartoccio, stufo, come cartastraccia.

 

Ma dopo anni di sforzi e di psicanalisi proprio non mi posso rassegnare al genere maschio PASSIVO.

 

Lo so, l’immagine che ti si è formata davanti agli occhi è una precisa posizione del Kamasutra che ha un vezzeggiativo animalesco, o da gioco di carte: ZOZZONE/A!

Ora, prendi questa immagine ed usala nella tua vita privata, aggiustati la patta, massaggia i capezzoli inturgiditi e seguimi attentamente.

 

Il genere “maschio passivo”, che di seguito chiameremo MAMMOLA, è colui il quale usa strade secondarie per arrivare, ad altre strade limitrofe che si approssimano, lontanamente, nel tuo raggio d’azione. La mammola, in questo incedere lento e digressivo, si perde nei meandri dei suoi pensieri, nei labirinti delle sue aspirazioni, nell’avvicendarsi dei suoi bisogni primitivi, confondendoti con il puerile BIG JIM che s’è fatto in testa! La mammoletta del cazzo, non ti guarda mai dritto negli occhi, hai visto mai che sia troppo esplicita, ma fa cerbiatti sguardini di sottecchi perché ha principesco sentire.

La stramaledetta, quando finalmente ti fai carico della situazione e supponi che “forse è timido” e lo accogli nelle tue chiacchiere, vuole farsi corteggiare, si impreziosisce, si ritrae, vuole essere inseguita; per cui fa teatrali coreografie nell’aere per farsi acchiappare pur ritraendosi ancora e ancora.

 

Pur non facendomi abbindolare manco lontanamente da codesto genere-degenere di maschio mi chiedo ma i coglioni, a questi, a cosa gli servono?

 

Il desiderio, la scelta, il prendere una posizione che sia autentica, originale, personale in quale darkroom l’hanno dimenticata?

 

La loro consapevolezza di essere uomo complesso, raziocinante, per quale sitcom l’hanno barattata?

 

Ma i maschi, quelli che “puzzano” esistono ancora?

 

Io ne prenoto uno

 

 

creep

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Soundtrack: creep/radiohaed

 

 

Giorno denso, oggi, fatta di chiarimenti, appiccichi, conflitti, vendette, pause, rivalutazioni, attese.

Ne sono uscito un po’ ammaccato e con qualche appellativo di troppo …

il mio EX amante avrebbe intravisto qualche pianeta in trigono con costellazioni che intralciano satelliti che scavalcano asteroidi sputando in faccia alle stelle cadenti, che poi sono cumuli di munnezza, si sa!

… che poi m’è piovuta addosso, senza manco il buon gusto di fare la differenziata!

 

Salute.