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Soundtrack: nude/radiohead 

Il mercoledì è il giorno dell’investigazione.

Da quattro anni alle diciotto e quindici levo dal cellophan l’ipermeabile e lo metto.

Quarantacinque minuti di apnea profonda e irreversibile. È straniante, una proiezione subitanea nello spazio interstellare del sé.

Lancio sassolini nel buio depresso, capisco dove sta il fondo; l’eco, è il tempo necessario che mi restituisce la distanza, la consistenza.  

Ne ricevo gemme preziose, cristalli opachi, fossili iridescenti, macigni inflessibili.

Attraverso silenzi fragorosi che non hanno voce. Le parole si inseguono irrisolte, insignificanti; le immagini raccontano di +, muovono zolle, scavano, arano concimandosi.

È da quattro anni che penso che il compagno di questo viaggio abbia un nome che sa di carne e sangue. Ogni volta che arrivo all’uscio, busso alla porta e leggo la targa pensando che è quella la mia meta, il mio scopo. Questo è quello che sono e che voglio mostrare/mi. La carne fibrosa dell’essere, senza inutili sciatterie, senza distrazioni altre, se non gli elementi essenziali.

Carne e sangue.

Avrei voluto essere un’anima antica, chi è saggio e sa nel profondo che questo è l’ultimo viaggio; chi attraversa luoghi e cose, e persone, senza mai perdere l’equilibrio, senza mai perdere la direzione, retto; e spartire nel passaggio pezzi di se e non sentirsi disperso, monco.

E invece sono primitivo, sarò costretto a ripetere il viaggio; a loop le medesime coreografie si compiono come le medesime revisioni, il medesimo dolore.

Mi pare un video in una mostra d’arte contemporanea: un unico gesto quotidiano si ripete all’infinito, senza sosta, mutazioni; lo guardi assuefatto aspettandoti una risoluzione che è quella di andarsene e non guardarlo +.

Si interrompe nel preciso istante in cui giri i tacchi, la risoluzione è quella. Forse.   ….