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Soundtrack: Rabbit in your healights/Unkle  

Di quello per cui mi sono seduto alla tastiera ne parlerò poi, adesso la mia sensazione ha necessità di parole.

Ha bisogno di queste letterine in fila che fanno il loro presentat arm. Soldatini che dritti sugli attenti (accenti) fanno centro inconsapevolmente: l’immagine è chiara, ma non alla ragione che, rischiarata, accusa il colpo e prende coscienza.

È il motivo per cui ho deciso di coltivare questa esperienza, fatta di ragionamenti senza una faccia. 

Ho lasciato la mia sagoma nel letto stamattina. Sprofonda lentamente.

Da quando sono sveglio mi sento alienato. Lontano milioni di chilometri.

Vagolo nel profondo dell’abisso tra il precisissimo incedere quotidiano. I movimenti ordinati e attenti rassicurano, mi tengono legato; il resto è milioni di particelle sciolte che avviluppano in vortici insensati, improvvisi.

Sono qui e sono altrove: senza forma e consistenza. Qui o altrove. 

Bisognerebbe fare una lista di tutte le cose mie, raccoglierle, ammonticchiarle e guardarle. Fare scorrere il dolore e scordarsi. Chiudere la porta alle spalle.

Ma quali sono le cose mie? Quali per cui vale la pena portare il peso?  

Non sono fatto + per scappare e non lasciare traccia, ricominciare altrove.

Il dolore e l’inquietudine conoscono già l’indirizzo e non le voglio + con me. 

Azione?

Azione! 

E allora c’è bisogno di riagganciare le vertebre della spina dorsale, ancorarle alle costole e incamerare aria.

Scannerizzare tutto lo spazio circostante e appropriarsene. Puntare il bersaglio e liberare ciò che trattengo.

A chi importa se sono lamelle sottili che feriscono, a chi se ci scappa il morto!