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Soundtrack: Black/Pearl Jam  

ad elide  

Era una cesta, il mio cuore di ventenne: traboccante. Paura e curiosità, e voglia; quanta voglia e desiderio; e nostalgia e freni, e paure e slanci, e salti senza rete, e braccia da cercare, braccia da abbracciare e corpi, trafugati e scordarti. Seducevo colla spavalderia dell’invincibile, asserragliavo vorace banchettando uomini crudi, scarnificavo. Ero cannibale.

Innamorato, sempre, e non di me, mai. Mi confondeva il camaleontico, il trasformismo coatto del mio corpo da mutante; infido, infiammavo per le linee sottili e rigidissime di certe sembianze, cercavo somiglianze: somigliavo.

Ero magro e grasso, brutto e bello; ero astronauta: mi potevo permettere tutte le stelle, scintillavano a milioni sulla mia pelle sconosciuta. Sorvolando alto, altissimo, sopra al mondo, governavo magnifico; da sopra, da sotto, di lato, difficilmente al centro, difficilmente dal centro  col cuore in tumulto.

E il tempo senza orologio mi scagliava in un altro tempo di strutture precise, partizioni perfette, proiezioni meticolose di un avveniristico avvenire: divenire! Correre forteforte, diventare! precipitavo precipitoso, frenavo nel vuoto, morivo.

E il dolore potente, ottuso, trasbordava scavando improvviso, ed ero magro magrissimo, superbo e onnipotente, mi aggiravo, curiosavo, indagavo, volevo fortissimamente.

E poi cominciavo a scintillare. Ricominciavo.

Succede che questo passato non troppo remoto diventi a tratti futuro in una illusione che colora gli album scoloriti. Intuire che ora, qui, adesso, hanno forma e dimensione; e tempo, spazio e colore; ma fermarsi ancora per un po’, daltonici, a far finta di non riconoscersi.