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Soundtrack:What if/ Coldplay 

 

Non avete partecipato in massa. Me lo aspettavo.

Non avete scavato nel profondo per capire quale immagine evochi il cerchio, era banale. Forse noioso.

L’espressione in questione è: chiudere il cerchio.

In realtà tutto nasce da una stonatura, o almeno quella che io ritengo tale. Generalmente lo dice chi pensa che dopo questa apparizione provvida, tutto cambi, potendosi finalmente donare ad una esistenza limpida e consapevole. Come a dichiarare apertamente che un ciclo si è concluso. Come a mettere insieme i tasselli della propria esistenza (per lo più una manciata di anni) e giustapporli per verificare connessioni e generare cambiamenti.

Ammè i cerchi non si sono mai chiusi!

Eppure ho cercato di chiuderli, mi parevo Giotto, ma mi sono venute sempre delle forme bozzute, insopportabili. Sarrà che non ho letto Proust, la recherche, intendo, (come dicono quelli colti), per cui non ho il senso del tempo come circolarità. Sarrà che il cerchio come curva mi pare banale nella sua perfezione, per cui ha per me scarso interesse.

Penso però che, se proprio devo trovare una metafora, tutto ciò che faccio assomigli di + a segnali morse, in quanto dicono meglio chi sono e dove vado. Sarrà che so stitico ed ho sempre cagato segni e lineette e virgole che procedono progressivamente, almeno a me pare. Una specie di alfabeto personalissimo, che giustamente interpretato, possa spiegare bene e con chiarezza; senza avere la presunzione di una congiunzione finale, se non alla fine dei tempi.

Il tempo dei tempi intendo.

Ma tu, invece, pensi veramente che la tua vita assomigli a miliardi di porzioni circoscritte? Veramente il senso della tua vita è rappresentato da compartimenti stagni conclusi? E da quanti cerchi è fatta una vita? Ma poi si possono incastrare uno dentro l’altro come la matrioska? O rimangono a sorvolare il testone spettinato di ognuno come un’emicrania?

 

          sai ho un cerchio alla testa, mi si è appena concluso un ciclo vitale – 

 

La geometria in effetti è chiara: Il cerchio è quella porzione di piano delimitata da una circonferenza, ovvero l’insieme dei punti che distano dal centro C della stessa non + del raggio r. Ora facendomi soggiogare dalla metafora: la porzione di piano è la vita mia;  il centro C sono IO, e quindi quello stronzissimo raggio R non sono altro che le mie braccine focomeliche che raccattano dentro, la mia porzione di piano, tutto ciò che ritengo vitale. Il cerchio è il giro di giostra! E poi puff si è morti.

 

Ho traslocato nella mia prima casa, quella in cui mi capitò di andare quando alla fine dell’università decisi di investire il mio misero stipendio in un affitto condiviso con altri quattro. Una sorta di “appartamento spagnolo”  incasinato e scalcinato come soltanto a Napoli, però, può esistere. Una casa studenti, senza studenti e senza tempo; come quando studenti lo si è, e l’onnipotenza dei vent’anni riduce il futuro ad una immateriale esperienza immaginifica, come lanciare un sassolino nell’acqua e guardare affascinato le perfette increspature dell’acqua propagarsi.

Ho traslocato, con 1/5 del mio inventario, nella stessa casa dove ho nutrito e coccolato quella illusione meravigliosa per chi ora sono di nuovo qui, ma non s’è chiuso nessun cerchio!

 

Ho lasciato il mio compagno due settimane fa.

Ero terra arida, calcinosa e infertile. Impermeabile e immobile. Respingente, cementata.

Avvilito e stanco: s’è spenta l’illusione.

 

Non sto facendo mea culpa, le colpe di questa fine le conosco e le divederò in porzioni monodose quando e dove sarà il tempo e il luogo opportuno, racconto solo l’immagine emotiva ultima, l’istantanea scattata poco prima di chiudere la porta e andare.

 

Ora sono solo, con il fianco scoperto. Rigiro nel mondo e mi sento spaesato, ma questo è un altro post. Forse.