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Soundtrack:tutto a posto/Nada

 

Muto, in questi giorni sono muto. Muto senza un linguaggio alternativo che mi possa far tradurre in segni quello che andrebbe bestemmiato, urlato, sbraitato. Un mutismo feroce che suggerisce solo calci e pugni, gli unici segni che contemplo. Gli unici che potrebbero dire la rabbia, il dolore, la mancanza, e tutte le novità di questo 2009. Voglio un anno bisesto è più ragionevole!

Sto a mascelle serrate, rigido: cerco di raggomitolare la lunga scia di pensieri che si srotola disordinata, quando un altro fatto mi fa perdere la matassa, il capo, la coda. Persi. Perso.

E ricomincio da capo digrignando tra i denti la delusione, la mastico per digerirla, ma è un boccone troppo disgustoso per inghiottirlo.

È come una di quelle spezie che mettono nel riso in Thailandia, credo che si chiami Danìa, è una specie di scoppio, ti afferra la gola, nel frattempo che stai assaporando il tuo riso con le verdurine. Un aggressione: si appropria rapidamente della lingua, poi la gola insieme al  naso e, come un’esplosione a catena, punta dritta allo stomaco, lo inonda, fa inversione e risale contemporaneamente, nuovamente, bruciando tutto il sapore che si potrebbe provare. Una tragedia; rimani disgustato colla fronte aggrottata per i successivi venti minuti incapace di fidarti nuovamente per quello che la fame reclama. Per quello che ti spetta di diritto.

Di cose ne sono accadute diverse, la sfera personale, il lavoro, i programmi, i progetti per il futuro, ma raccontarle sarebbe un necrologio inutile, sterile, paradossalmente incomprensibile.

E allora resto muto, immobile, guardingo, aspettando che il portone si apra dopo la chiusura di una porta.

Il fatto è che mi sento solo, senza un abbraccio in cui abbandonarmi, in cui sentirmi protetto. Rassicurato da quell’incavo del petto che è a forma della tua testa, che ti rasserena, ricarica e ti fa ripartire da capo. Non c’è più, è morto. Sono un ramo senza albero, cerco di mettere radici ma non prendono, sarrà che non le annaffio abbastanza!

Muto, perché le parole non sono scialli da mettere sulle spalle, non riscaldano, né le mie, né le tue.